

M. Abed al-Jabri: l'altro Avicenna.

    Mohammed Abed al-Jabri presenta un aspetto meno noto della
filosofia di Avicenna: come  capitato agli scritti di Aristotele,
una parte delle opere di Avicenna (quelle riservate ai seguaci pi
stretti)  andata perduta. Attraverso i frammenti pervenutici
sarebbe possibile ricostruire il cosiddetto pensiero orientale
del filosofo arabo, in cui il razionalismo  sostituito da un
atteggiamento di tipo mistico-irrazionale

Non sarebbe stato normale, e neppure concepibile, che il
successore di Farabi, Avicenna, avesse voluto resuscitare il sogno
della Citt perfetta sulla terra, costruita essenzialmente sulla
ragione. Si consideri infatti che egli visse in un'epoca in cui la
frantumazione dell'impero arabo era giunta al culmine, nei
principati situati in terra d'Iran, ferventi custodi della cultura
persiana, e in un clima culturale caratterizzato dalla rivalit
tra gli Orientali, i suoi compatrioti del Khorosan, e gli
Occidentali: iracheni, siriani e altri nemici ereditari
insediati ancor pi a Occidente. D'altra parte, Avicenna aveva
fatto personalmente, grazie alle sue funzioni di visir,
l'esperienza di una citt reale, agitata da grandi perturbazioni e
tumulti politici, sociali, economici e culturali. Se Avicenna
adott lo schema emanatistico [di derivazione plotiniana] di
Farabi, non lo fece per applicarlo alla societ e alla storia, sia
pure in forma di sogno, ma per servirsene come di una scala capace
di permettergli l'accesso al Cielo, per conquistare, gi sulla
Terra, un posto per la sua anima nell'Aldil.
Questa altra faccia del grande maestro [soprannome onorifico
attribuito ad Avicenna dalla tradizione filosofica islamica] si
mostra nella sua filosofia orientale [oltre alle opere di
impostazione razionalista a noi note e rivolte al grande pubblico,
Avicenna sarebbe stato autore di una filosofia orientale, di
taglio spiritualistico e gnostico, destinata a una lite], da lui
considerata come la verit non macchiata da impurit alcuna.
Occorre considerare in Avicenna questo aspetto gnostico e
promotore di un pensiero delle tenebre, per correggere l'immagine
erronea che ci siamo formati della sua figura, abituandoci a
leggere il nostro passato alla luce dei dati obiettivi, e non pi
sotto la pressione dei nostri desiderata del momento. Non dobbiamo
aver paura di affrontare questo aspetto oscuro del pensiero
avicenniano, che contrasta con l'altro, quello che si riflette
nella sua opera maggiore (il Libro della guarigione). La nostra
tradizione non  la sola a incorrere in questo tipo di
contraddizioni. Oggi ancora, alla vigilia del ventunesimo secolo,
esse sono moneta corrente, nel mondo arabo e altrove.
Malgrado tutto, si pu dire che Avicenna, anche nella sua
filosofia orientale, la filosofia dell'Altra vita (in questo
mondo e nell'Aldil) fu un uomo impegnato nei conflitti della sua
epoca, il militante di una causa. Perch la filosofia che egli
chiamava orientale, e che era un discorso irrazionalistico a
pieno titolo, fu anche un discorso ideologico che, considerato
attraverso i suoi sviluppi successivi, doveva considerarsi un
progetto di filosofia a livello nazionale (quello persiano).
Quello che ci importa non  tanto il discorso in s, n le sue
motivazioni, ma le conseguenze che ha comportato: con la sua
filosofia orientale, Avicenna ha consacrato una corrente
spiritualistica e gnostica il cui impatto si rivel determinante
nel movimento di regressione attraverso il quale il pensiero
arabo, da un razionalismo aperto - di cui si fecero portavoce i
mu'taziliti prima, poi Kindi e infine Farabi - si spost verso un
irrazionalismo deleterio, promotore di un pensiero delle tenebre
che pensatori come Ghazali e altri ancora si sono limitati a
diffondere e a volgarizzare in diversi ambienti. E' questo il
nostro giudizio su Avicenna, il filosofo e il medico pi illustre
che abbia prodotto la scuola filosofica d'Oriente. Ed  senza la
minima esitazione, senza la minima concessione alle idee correnti,
che noi lo formuliamo, perch riteniamo che sia la storia stessa a
suffragare questo giudizio, la storia come  veramente stata, non
la storia dei manuali

 (M. A. al-Jabri, La ragione araba, Feltrinelli, Milano, 1996,
pagine 76-78).

